“Una storia dei Sei Ducati è necessariamente una storia della famiglia regnante, i Lungavista”

Buonasera gentili lettori, come state? Questa sera parleremo della mia ultimissima lettura, un libro con un potere evocativo degno di nota. Stiamo parlando de L’apprendista Assassino di Robin Hobb, primo libro della trilogia dei Lungavista, omaggiatomi da Fanucci Editore che non posso non ringraziare per avermi condotta verso questa nuova avventura.

l'apprendista assassino robin hobb

Un’ambientazione medievale che si srotola davanti agli occhi del lettore tra un intrigo politico e un altro. La storia di un bastardo senza nome, di stirpe reale, la cui vita inizia realmente quando viene portato alla porta degli uomini del principe Chevalier, suo padre. Il nostro giovane protagonista annusa il mondo come se non avesse mai vissuto prima. Un mondo che scopriamo a nostra volta, grazie a quello che sarà un lungo racconto in prima persona che – si comprende – viene scritto di suo pugno, pagina dopo pagina. Ricordi di un Fitz più maturo, con una consapevolezza maggiore di un mondo che, ai tempi, vedeva con gli occhi di un bimbo che non conosce il proprio posto né le proprie potenzialità. Ad allevarlo in primis sarà Burrich, un uomo burbero, fedelissimo al principe Chevalier.

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Fitz & Burrich

Arrivato all’età di dieci anni però avviene una svolta: il piccolo Fitz, a cui tutti sussurrano sempre di essere solo un bastardo, viene riconosciuto dal nonno, il re. Il re sa che un bastardo può portare solo guai se non asservito al potere della corona, se non si acquisisce la sua piena fedeltà. Fitz, invece, comprende che potrà vivere soltanto se dimostra di avere piena utilità per il suo re.

“Sei un bastardo Fitz. Siamo sempre un rischio e un punto debole. Siamo sempre eliminabili. Tranne quando siamo un’assoluta necessità per la loro sicurezza. Ti ho insegnato parecchio in questi ultimi anni. Ma conserva questa lezione più vicina al cuore e abbila sempre davanti agli occhi. Se mai farai in modo che loro non abbiano bisogno di te, ti uccideranno”.

È così che la vita del nostro protagonista allora cambia, trasformandosi totalmente: inizierà ad essere istruito sull’uso delle armi, imparerà a leggere e scrivere, gli verrà insegnata la giusta etichetta… ma soprattutto, imparerà ad uccidere, ad essere la lama affilata e nascosta della corona.

“Si tratta di assassinio. Uccidere la gente. La nobile arte dell’assassinio diplomatico. O di accecare, o assordare. O indebolire le membra o causare paralisi o una tosse debilitante o l’impotenza. O la senilità precoce, o la follia o… ma non importa. Questo è il mio mestiere. E sarà il tuo, se accetti. Sappi solo fin dall’inizio che io ti insegnerò a uccidere. Per il tuo re. Non nella maniera vistosa che ti sta insegnando Poiana, non sul campo di battaglia dove gli altri ti vedono e ti incitano a gran voce. No. Io ti insegnerò le maniere crudele, furtive, educate di uccidere.”

Fitz imparerà ad essere non più solo un bastardo. Imparerà ad essere un ragazzo, consapevole di chi e cosa lo circonda, ma soprattutto di sé stesso e delle sue abilità. In particolare, Fitz padroneggia “Lo Spirito”, un potere che gli permette di empatizzare ed entrare in contatto con gli esseri viventi, animali in particolar modo. Un’abilità speciale, che gli permette di vedere il mondo con gli occhi di un cane e di annusarlo come non avrebbe mai potuto fare da solo, fondendo sé stesso con quella creatura, come se in parte entrasse a far parte di quest’ultima.

“Tutte le trame che scorrono avanti e indietro fra le persone, i legami da madre a figlio, da uomo a donna, tutte le relazioni che si estendono ai partenti e ai vicini, agli animali da compagnia e da cortile, persino ai pesci del mare e agli uccelli dell’aria – tutte, tutte erano scomparse. Per tutta la mia vita, senza saperlo, ero dipeso da quei fili di sentimenti per capire quando altri esseri viventi erano nelle vicinanze. Ma quelli non emanavano alcun sentimento. Spogliati di ciò che li rendeva non solo umani, ma vivi.”

Lo Spirito non è però visto di buon occhio, da Burrich in primis, il primo a metterlo in guardia su questa pratica. Potresti perdere te stesso, diventare la stessa creatura che controlli e padroneggi. Potresti finire per essere una bestia e non comprendere più dove finisci tu e dove inizia la creatura.

“Lo Spirito è il potere del sangue della bestia, proprio come l’Arte viene dal lignaggio dei re. Comincia come una benedizione, perché ti permette di comunicare con gli animali, ma poi ti prende e ti trascina in basso, ti rende una bestia come loro. Fino a quando non rimane in te neanche un brandello di umanità, e tu corri e agiti la lingua e assaggi il sangue, come se il branco fosse tutto quello che hai mai conosciuto. Fino a quando nessuno potrebbe guardarti e pensare che tu sia mai stato un uomo.”

Ma Lo Spirito non è l’unica abilità a cui veniamo indottrinati in questo libro. Sin dall’inizio, si parla dell’Arte, una grande abilità a cui pochi hanno accesso e che in pochissimi sanno pienamente padroneggiare. Tra questi, in particolare, spiccano re Sagace e i principi Chevalier e Veritas, poiché l’Arte sembra essere un’abilità di pertinenza quasi esclusiva della famiglia reale.

“L’Arte nella sua forma più semplice consiste nella trasmissione del pensiero da una persona a un’altra. In battaglia, per esempio, un comandante può comunicare semplici informazioni e ordini direttamente ai suoi subordinati, se sono stati addestrati a riceverli. Un potente adepto dell’Arte può usare il suo talento per influenzare anche le menti non addestrate come quelle dei suoi nemici, infondendo in loro timore o confusione o dubbio. Ma chi è incredibilmente dotato nell’Arte può aspirare a parlare direttamente con gli Antichi, coloro che si trovano appena al di sotto degli dèi. Usando l’Arte il praticante prova un’intensità vitale, un sollevarsi dell’essere, che può distrarlo dal trarre il successivo respiro. Conduce alla dipendenza. L’uomo muore pazzo, ma è anche vero che muore pazzo di gioia.”

Ovviamente tutto ciò vi farà facilmente comprendere che vedremo il nostro Fitz mettere le mani in pasta anche con l’Arte, qualcosa di raffinato, selettivo, potente. Il suo percorso non sarà però semplice. Costantemente intralciato dal suo permanente stato di “bastardo”, nonostante tutti i cambiamenti di vita che il personaggio attraversa, Fitz si scontrerà con compagni e mentori, in particolar modo con chi l’Arte la insegna.

“Come l’oceano estrae le pietruzze dalla sabbia e le stratifica alla linea di marea, così i colpi e le carezze di Galen vagliarono i suoi studenti. All’inizio ciascuno di noi cercava di essere il migliore. Non perché lo amassimo o lo ammirassimo. Non so che cosa provassero gli altri, ma nel mio cuore non c’era che odio per lui, un odio tanto forte che generò la risoluzione di non farmi spezzare da un uomo del genere.”

Tra difficoltà, missioni omicide e nuovi insegnamenti, Fitz arriverà poi ad una piena comprensione di chi merita realmente la sua lealtà, in quanto lama e soprattutto in quanto uomo. Ci saranno personaggi che staranno dalla sua parte, sostenendo un ragazzo che, crescendo, sembra essere davvero l’ombra sputata del padre. Ma ci saranno anche ombre maligne sul percorso del nostro Fitz, ombre che temono che percorso possa intraprendere il ragazzo e quali ambizioni potrà avere, nonostante il nostro personaggio sia di grande umiltà.

Trama a parte, che non vi svelerò ulteriormente, L’apprendista Assassino si dimostra un gioiellino per più di un motivo. In primis, come dicevo, per il suo enorme potere evocativo: le case, i palazzi, il cibo, le persone, gli animali, gli oggetti… tutto appare chiaramente nella mente. Persino i profumi e i sapori sembrano quasi pienamente percepibili. Come se fossimo fedelmente al fianco di Fitz, come se stessimo condividendo con lui i ricordi. Leggere questo libro mi ha fatto VIAGGIARE per davvero, quasi come se stessi guardando un vecchio film che guardo e riguardo, e che continua a piacermi sempre di più. Il potere di evocare immagini alla mente attraverso le parole è qualcosa di raro, unico, prezioso. Questo libro è vivido, i fatti e i dialoghi palpabili. È, a conti fatti, una piena esperienza al di fuori del proprio corpo, capace di farti rivivere un medioevo alla Hobb.

Inoltre, l’introspezione messa in campo su Fitz non è da dare per scontata. In 500 pagine la Hobb snocciola la crescita, l’insinuarsi di una prima maturità, costellata dell’ingenuità e della stupidità che la giovane età spesso si porta dietro. Fitz attraversa un periodo di crescita reale, concreto, mai esagerato. Più e più volte mi sono rivista nella sua incomprensione del mondo, nei suoi silenzi, nella sua rabbia, nella sua estrema determinazione ad andare avanti, a superare le difficoltà. In appena un libro, la Hobb presenta più di un Fitz: un Fitz bambino, silenzioso e incapace di comunicare se non con gli animali attraverso Lo Spirito, con istinti innati; un Fitz di appena dieci anni, che inizia ad aprirsi al mondo nel momento in cui quello stesso mondo inizia a fargli un po’ spazio, a donargli qualcosa, a dargli un ruolo; un Fitz ragazzo, con una determinazione degna di un quattordicenne, che inizia ad essere più consapevole di sé, dei suoi bisogni, delle sue necessità e, perché no, anche incertezze… e che tende a ribellarsi, a dire “no” a ciò che reputa sbagliato, perché Fitz ha smesso di essere solo un bastardo senza nome; infine, un Fitz che incrociamo poche volte nel nostro cammino, ma che in realtà è sempre presente, ed è il Fitz narratore. Un personaggio più maturo, forse persino anziano – o almeno così lo immagino io! – che narra di sé con sapienza e concretezza, riportando davvero le paure e i sogni di un ragazzino, ma a volte scimmiottandolo un po’. Del resto, chi di noi non pensa al sé stesso più giovane come di una creatura quasi sciocca, in determinati casi?

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Fitz & Umbra

Tutto questo disegna un personaggio vero. Un personaggio di cui saremo facilmente amici, confidenti, leali sostenitori, qualcosa che prima d’ora avevo sperimentato soltanto con Kvothe de Il nome del vento e che mi è facilmente venuto alla mente, pur essendo un personaggio totalmente diverso impiantato in un mondo, in una trama e in delle tematiche decisamente differenti. Questo però vi lascerà comprendere che ho apprezzato tantissimo il protagonista de L’apprendista assassino, ma in realtà non è stato difficile apprezzare – e a volte persino amare – i personaggi secondari. Chi più, chi meno. Burrich, il burbero. Veritas, il principe-zio costantemente impegnato, ma l’unico della famiglia reale a donare un vero sorriso e una parola di gioia e conforto al nostro Fitz, l’unico a trattarlo come un nipote. Umbra, che insegna l’assassinio quanto la prudenza e le dinamiche di corte.

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Il Matto

Il Matto, che malgrado la sua stravaganza sembra essere uno dei pochi a comprendere gli enigmi rappresentati da Fitz e da chi lo circonda. Nasuto, un amico fedele, fedelissimo. Pazienza, una donna che non rappresenta affatto il suo nome, ma che sprigiona e necessita amore… a modo suo. Sagace, un re in primis e un nonno poi, il cui ruolo sarà sempre un po’ contraddittorio. Regal, l’insopportabile. Galen, l’invidioso e maligno.

“Nel suo tono c’era qualcosa di più che semplice gelosia. Da allora sono giunto a comprendere che molti uomini vedono sempre la fortuna di una altro come uno sgarbo fatto a loro.”

Questi e molti, molti altri personaggi ancora, vi entreranno nel cuore. Nel bene e nel male. Lasciarli andare però sarà sicuramente un male, perché quelle 500 pagine scorreranno molto facilmente e andranno via, lasciandovi con la speranza di rivedere – o rileggere – ognuno di loro ancora una volta. Ma tranquilli… del resto è solo il primo libro, no? 😉

Grazie, grazie ancora a Fanucci Editore per questa splendida lettura. E’ stato davvero un viaggio magnifico.  

E voi? Avete letto L’Apprendista Assassino?